“Fu il vecchio professor Antolini ad aprirmi la porta quando sonai. Era in vestaglia e pantofole, e aveva un cocktail in mano”
giovedì 6 gennaio 2011
Il rapporto tra un insegnante e uno studente
“Fu il vecchio professor Antolini ad aprirmi la porta quando sonai. Era in vestaglia e pantofole, e aveva un cocktail in mano”
venerdì 12 marzo 2010
Gli scrittori e le loro emozioni
«Dio, peccato che non c'eravate anche voi (lettori).»
da "Il giovane Holden", cap. XXV, pag. 246
Tra questi scrittori c'è anche J.D. Salinger, autore de"Il giovane Holden". Egli, nella veste del protagonista nella sua opera, cerca continuamente di farci capire quello che prova: felicità, tristezza... Ma non ci sono solo queste. Molte sono emozioni più profonde fino ad arrivare in un punto in cui non riesce proprio a spiegare quello che prova. Per quanto lui cerchi di farlo, non ci riesce. Dice semplicemente, come se fosse lui Holden, la frase citata sopra: «Dio, peccato che non c'eravate anche voi.»... e conclude... Un messaggio, un'emozione che non possiamo e non potremo mai comprendere del tutto. Possiamo solo intuire quello che voleva trasmetterci: un immenso amore da fratello verso la sorella. Un amore che nessuno di noi potrebbe quantificare.
Ma Salinger non è l'unico a fare questo. Anche J. K. Rowling, famosa per i suoi romanzi di Harry Potter, si impegna molto ad inserire le proprie emozioni attraverso i personaggi. Lei cura molto questo aspetto del romanzo, infatti si sofferma sempre nelle situazioni di emozioni forti. Ad esempio, quando Harry perde il padrino, lei riesce ad esprimere in parole tutta la furia, la voglia di vendicarrsi e la tristezza che egli prova, ma anche lei si ritrova in una situazione difficile, non quanto quella di Salinger, però simile. Avrà sicuramente fatto fatica a descrivere tutto questo.
Alla fine tutti gli scrittori, chi più, chi meno, fanno esprimere delle sensazioni alle proprie opere. Non a caso sono un genere di artisti e come tutti gli artisti si liberano di emozioni nella scrittura. A volte ce lo spiegano bene, altre volte ce lo fanno intuire.
giovedì 25 febbraio 2010
Riflessione sul cambiamento e sul diventare diversi

Con questi suoi pensieri ci fa riflettere su quanto viviamo in uno stato precario. Soprattutto noi ragazzi, molto più degli adulti, cambiamo in continuazione: uno sguardo, una parola, una sgridata o un semplice gesto bastano per farci diventare diversi, a volte completamente, dalle altre persone. Non passa un secondo senza che piano piano evolviamo per diventare le donne e gli uomini che saremo in futuro. Inoltre la nostra società che corre ad un ritmo altissimo, al quale peraltro è difficile stare dietro, ci fa mutare in modo ancora più repentino, senza preavviso. Lasciando spiazzati noi stessi e tutti quelli che ci stanno attorno.
Nonostante ciò molti ritengono di non poter cambiare, rimangono quindi chiusi ed escludono ogni possibilità di miglioramento. Io trovo che comunque questo loro atteggiamento sia inutile, perché per quanto poco e per quanto lentamente, tutti diventano diversi. In fondo cambiare, nella maggioranza dei casi, è una cosa positiva: camminare, essere educati, scrivere, sono tutte cose che giorno dopo giorno ci hanno trasformati radicalmente.
A contrario di quello che dice Holden, trovo che il fatto di vedere che tutto era sempre allo stesso posto non sia “la cosa migliore”. Il cambiamento è una cosa di cui andare fieri: tutte le scoperte, le nuove esperienze, le piccole conquiste di ogni giorno, ci fanno sentire orgogliosi di noi. Il fatto di cambiare e essere diversi, anche da un momento all’altro, è indispensabile. Se non ci mettessimo in gioco ogni giorno, ma ci accontentassimo di quello che abbiamo e quello che siamo, rimarremmo sempre fermi allo stesso punto a fare la stessa cosa per anni, come le attrazioni del museo.
Federica Magnabosco
giovedì 18 febbraio 2010
I taxi di New York
“ Il tassì che presi era un vecchio scassone e aveva un odore come se qualcuno ci avesse appena fatto i gattini” da J.D. Salinger “Il giovane Holden”
A New York ci sono ben tredici mila taxi, chiamati anche yellow cabs, e sessanta mila tassisti, provenienti da circa ottanta etnie diverse che in molti casi hanno difficoltà a parlare la lingua inglese. La maggior parte dei tassisti extracomunitari sono pakistani e arabi. Fare il tassista è un lavoro molto facile anche per cittadini che non conoscono bene tutte le strade della città, perchè sono favoriti dalla disposizione dei viali della città, dove è molto facile orientarsi. Mentre in Italia non esistono compagnie private di taxi, nella Grande Mela le yellow cabs sono di proprietà della “Taxi and Limousine Commission” che ha il pieno controllo su questi mezzi di trasporto. I taxi di New York sono gialli perché in una megalopoli come La Grande Mela dove vi è un enorme traffico cittadino devono essere subito riconoscibili per permettere ai cittadini che ne hanno bisogno di fermarli subito dopo averli individuati. Infatti a New York, il taxi è molto usato a differenza dell’Italia dove i taxi vengono considerati mezzi di trasporto per persone benestanti. La maggior parte di queste vetture erano delle Ford Crown Victoria, ma ultimamente hanno pensato di cambiare automobile perché ci sono state molte critiche da parte dei passeggeri che sostenevano che i taxi erano scomodi e sporchi. Nel 2010, il 50% delle vetture sono delle Ford Escape , ed entro il 2012, tutte le Yellow Cabs saranno di questo modello e l’inquinamento della città diminuirà notevolmente, perché queste vetture sono ecologiche e ibride, con un motore elettrico ricaricabile attraverso la pressione effettuata sul pedale del freno durante il tragitto. Questo nuovo modello non ha più la forma di berlina ma quella di un fuoristrada. I taxi di New York sono molto più economici rispetto a quelli italiani (a New York si spendono 1,24 dollari al kilometro equivalenti a 0,80 euro, mentre in Italia si spendono 0,95 euro al kilometro). Le Yellow cabs hanno fatto carriera anche nella storia del cinema americano che ha inserito questo mezzo di trasporto in molti film importanti, facendolo diventare un personaggio vero e proprio come nei film “Taxi Driver” e “New York Taxi”.
domenica 14 febbraio 2010
NEW YORK E IL JAZZ
Giovanni Munaretto
lunedì 1 febbraio 2010
Arrivederci Jerome David Salinger
Caro Jerome,
pochi giorni fa sei morto.
Lo dico così, senza retorica e senza troppe e ricercate parole.
Sei morto come uno dei tanti vecchi 91enni che muoiono ogni giorno. Dentro o fuori dagli ospedali di quell' America oggi così diversa da quella che ha raccontato nel tuo libro. Sei morto in silenzio forse, o per lo meno pubblicamente in silenzio; come hai sempre fatto, coerente con la scelta di non farti più sentire. Non eri personaggio pubblico in qunato lontano dai media, tabloid o dalla vita pubblica e culturale americana. Ma forse proprio per questo mai tanto acclamato,ricercato, letto e riletto,mitizzato.
Intorno a te, alla tua figura d' uomo schivo e un po' antipatico, semplice quanto geniale, si sono sprecate leggende metropolitane e cacce al tesoro senza risultati. In guerra hai conosciuto Hemingway che ti considerava "di un talento straordinario", hai amato donne belle e giovanissime, scritto per il New Yorker, battagliato legalmente contro chi voleva pubblicare i fatti tuoi.
Certo, se andiamo a leggere la tua biografia su Wikipedia scopriamo cose che non ti danno gran merito, come il tuo essere una sorta di padre padrone con le donne, o il costringere chi ti sta vicino a vivere anch' esso nell' isolamento più estremo.
Ma per tutti i centinaia di motivi per cui ti si può ricordare, indipendentemente da molte faccende, sarai sempre "quello del Giovane Holden, romanzo semiautobiografico tra i più letti della storia.
La letteratura rende immortale, dicevano i latini, e avevano ragione! Sono passati quasi sessant' anni dalla pubblicazione ed è già un classico con la C maiuiscola, un libro che fino a pochi anni fa era un passaggio obbligatorio per adolescenti e non solo. Beh, Jerome, oggi le cose sono un po' cambiate,... ma fidati di un giovane insegnante che ti dice che i sedicenni d' oggi, quando ti leggono , non sono certo annoiati.
Quindi, ovunque ti trovi, cerca d' essere disponibile..... e non fulminare chi, preso d' una fogacità d' indagine letteraria, vuole vedere pubblicati i romanzi che in questi ultimi cinquant' anni hai nascosto nel cassetto.
Perchè,... a quanto si dice, dovrebbero essercene un po',..... dico bene Jerome?!
Simone Ariot
domenica 17 gennaio 2010
60 anni e non li dimostra !
Romanzo di formazione particolarmente amato dagli adolescenti ma non solo, stando ai dati di vendita che confermano essere un libro ancora vendutissimo ai nostalgici che hanno abbondantemente superato i 50 anni.
La lettura di questo romanzo è una tappa obbligata e noi non potevamo fare a meno di adeguarci. Siamo negli stati Uniti, fine anni 40, e Holden Caulfield è un adolescente disinteressato allo studio ma tutt'altro che stupido. Espulso per l' ennesima volta da una scuola della tipica atmosfera New England, affronta un breve viaggio per tornarsene a New York per le vacanze di Natale, incontrando vari tipi umani e riflettendo non troppo manifestatamente sulla sua condizione.
Un ragazzo diverso dalla norma, uno che preferisce la riflessione all'azione, un filosofo ante litteram che prende un po' troppo alla lettera la lezione di Seneca sul mondo degli affacendati. Tra compagni di stanza puzzoni e insegnanti al servizio del padrone, tra giovani prostitute e una famiglia piuttosto complicata, Holden insegna che anche un giovane,un adolescente, può avere qualcosa da dire.
E noi lo ascolteremo, e cerheremo di dialogare con lui e su di lui, per almeno un paio di mesi.
Simone Ariot