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giovedì 6 gennaio 2011

Il rapporto tra un insegnante e uno studente


“Fu il vecchio professor Antolini ad aprirmi la porta quando sonai. Era in vestaglia e pantofole, e aveva un cocktail in mano”

Come in ogni relazione, anche quella fra insegnante e studente è caratterizzata da un influenzarsi reciproco, anche se il secondo, ovviamente, spesso non si rende conto di quanto possa influenzare con il suo comportamento, il docente. Lo studente, insieme a tutto il bagaglio di problematiche adolescenziali, ha bisogno di sentirsi apprezzato, in quanto non vuole esser visto uguale a tutti i suoi compagni è quindi portato ad essere particolarmente attento ai comportamento che ha l'insegnante nei suoi confronti. Il professore, dal canto suo, vuole sentirsi confermato in ciò che fa in quanto l'insegnamento è una parte importante della sua vita; sono quindi sensibili al giudizio degli studenti, perché, ad esempio, uno studente distratto e non appassionato alla sua materia, può essere indizio del suo possibile metodo di insegnamento non del tutto corretto. Un rapporto del genere deve ovviamente basarsi sul rispetto reciproco, in quanto, se manca quello, vanno a crearsi conflitti e situazioni spiacevoli. Una cosa che spesso gli insegnanti sembrano dimenticare, è che prima di tutto, gli studenti sono persone e non macchine da studio, quindi non dovrebbero limitarsi all'insegnamento della loro materia, assegnare i soliti compiti per casa ed essere degli estranei per i loro allievi, ma dovrebbero invece essere aperti al dialogo. Essendo comunque un rapporto impari, in quanto l'insegnante si trova ovviamente in una posizione più forte, la valutazione diventa un passo importante, perché, valutazioni ingiuste possono far scatenare una reazione allo studente, che spesso inizia una discesa del rendimento in quanto perde fiducia in se stesso e nelle sue capacità, è quindi importante che l'insegnante non approfitti del suo potere e che sia oggettivo. Si può perciò arrivare ad avere un buon rapporto col proprio insegnante se c'è fiducia reciproca e se vengono spezzati tutti i pregiudizi dati dalla prima impressione, arrivando così a lavorare in un clima più sereno e avendo sicuramente risultati migliori.


Laura Sanson

venerdì 12 marzo 2010

Gli scrittori e le loro emozioni


Immagine elaborata da Nemanja Rajic


«Dio, peccato che non c'eravate anche voi (lettori).»
da "Il giovane Holden", cap. XXV, pag. 246


Molto spesso, quando leggiamo un libro, non ci rendiamo conto di quanta fatica abbia fatto lo scrittore affinché noi cogliessimo un messaggio oppure un emozione provata da lui in quel punto della storia; forse perché non ci interessa, forse perché non lo condividiamo. È dato di fatto, però, che lui tenta. Spera di trovare qualcuno che lo capisca o che provi la sua stessa emozione.
Tra questi scrittori c'è anche J.D. Salinger, autore de"Il giovane Holden". Egli, nella veste del protagonista nella sua opera, cerca continuamente di farci capire quello che prova: felicità, tristezza... Ma non ci sono solo queste. Molte sono emozioni più profonde fino ad arrivare in un punto in cui non riesce proprio a spiegare quello che prova. Per quanto lui cerchi di farlo, non ci riesce. Dice semplicemente, come se fosse lui Holden, la frase citata sopra: «Dio, peccato che non c'eravate anche voi.»... e conclude... Un messaggio, un'emozione che non possiamo e non potremo mai comprendere del tutto. Possiamo solo intuire quello che voleva trasmetterci: un immenso amore da fratello verso la sorella. Un amore che nessuno di noi potrebbe quantificare.
Ma Salinger non è l'unico a fare questo. Anche J. K. Rowling, famosa per i suoi romanzi di Harry Potter, si impegna molto ad inserire le proprie emozioni attraverso i personaggi. Lei cura molto questo aspetto del romanzo, infatti si sofferma sempre nelle situazioni di emozioni forti. Ad esempio, quando Harry perde il padrino, lei riesce ad esprimere in parole tutta la furia, la voglia di vendicarrsi e la tristezza che egli prova, ma anche lei si ritrova in una situazione difficile, non quanto quella di Salinger, però simile. Avrà sicuramente fatto fatica a descrivere tutto questo.
Alla fine tutti gli scrittori, chi più, chi meno, fanno esprimere delle sensazioni alle proprie opere. Non a caso sono un genere di artisti e come tutti gli artisti si liberano di emozioni nella scrittura. A volte ce lo spiegano bene, altre volte ce lo fanno intuire.


Nemanja Rajic

giovedì 25 febbraio 2010

Riflessione sul cambiamento e sul diventare diversi


“La cosa migliore di quel museo era però che tutto stava sempre allo stesso posto. Nessuno si muoveva. … Nessuno era mai diverso. L’unico a essere diverso eri tu. Non è che fossi molto più grande né niente di simile. … Era solo che eri diverso, ecco tutto.“

Da: “Il giovane Holden”, pagina 142


Come possiamo non essere d’accordo con Holden, su questa sua considerazione? “Sei diverso, sei cambiato”, chi non se lo è sentito dire almeno una volta?
Con questi suoi pensieri ci fa riflettere su quanto viviamo in uno stato precario. Soprattutto noi ragazzi, molto più degli adulti, cambiamo in continuazione: uno sguardo, una parola, una sgridata o un semplice gesto bastano per farci diventare diversi, a volte completamente, dalle altre persone. Non passa un secondo senza che piano piano evolviamo per diventare le donne e gli uomini che saremo in futuro. Inoltre la nostra società che corre ad un ritmo altissimo, al quale peraltro è difficile stare dietro, ci fa mutare in modo ancora più repentino, senza preavviso. Lasciando spiazzati noi stessi e tutti quelli che ci stanno attorno.
Nonostante ciò molti ritengono di non poter cambiare, rimangono quindi chiusi ed escludono ogni possibilità di miglioramento. Io trovo che comunque questo loro atteggiamento sia inutile, perché per quanto poco e per quanto lentamente, tutti diventano diversi. In fondo cambiare, nella maggioranza dei casi, è una cosa positiva: camminare, essere educati, scrivere, sono tutte cose che giorno dopo giorno ci hanno trasformati radicalmente.
A contrario di quello che dice Holden, trovo che il fatto di vedere che tutto era sempre allo stesso posto non sia “la cosa migliore”. Il cambiamento è una cosa di cui andare fieri: tutte le scoperte, le nuove esperienze, le piccole conquiste di ogni giorno, ci fanno sentire orgogliosi di noi. Il fatto di cambiare e essere diversi, anche da un momento all’altro, è indispensabile. Se non ci mettessimo in gioco ogni giorno, ma ci accontentassimo di quello che abbiamo e quello che siamo, rimarremmo sempre fermi allo stesso punto a fare la stessa cosa per anni, come le attrazioni del museo.

Federica Magnabosco

giovedì 18 febbraio 2010

I taxi di New York



“ Il tassì che presi era un vecchio scassone e aveva un odore come se qualcuno ci avesse appena fatto i gattini” da J.D. Salinger “Il giovane Holden”

A New York ci sono ben tredici mila taxi, chiamati anche yellow cabs, e sessanta mila tassisti, provenienti da circa ottanta etnie diverse che in molti casi hanno difficoltà a parlare la lingua inglese. La maggior parte dei tassisti extracomunitari sono pakistani e arabi. Fare il tassista è un lavoro molto facile anche per cittadini che non conoscono bene tutte le strade della città, perchè sono favoriti dalla disposizione dei viali della città, dove è molto facile orientarsi. Mentre in Italia non esistono compagnie private di taxi, nella Grande Mela le yellow cabs sono di proprietà della “Taxi and Limousine Commission” che ha il pieno controllo su questi mezzi di trasporto. I taxi di New York sono gialli perché in una megalopoli come La Grande Mela dove vi è un enorme traffico cittadino devono essere subito riconoscibili per permettere ai cittadini che ne hanno bisogno di fermarli subito dopo averli individuati. Infatti a New York, il taxi è molto usato a differenza dell’Italia dove i taxi vengono considerati mezzi di trasporto per persone benestanti. La maggior parte di queste vetture erano delle Ford Crown Victoria, ma ultimamente hanno pensato di cambiare automobile perché ci sono state molte critiche da parte dei passeggeri che sostenevano che i taxi erano scomodi e sporchi. Nel 2010, il 50% delle vetture sono delle Ford Escape , ed entro il 2012, tutte le Yellow Cabs saranno di questo modello e l’inquinamento della città diminuirà notevolmente, perché queste vetture sono ecologiche e ibride, con un motore elettrico ricaricabile attraverso la pressione effettuata sul pedale del freno durante il tragitto. Questo nuovo modello non ha più la forma di berlina ma quella di un fuoristrada. I taxi di New York sono molto più economici rispetto a quelli italiani (a New York si spendono 1,24 dollari al kilometro equivalenti a 0,80 euro, mentre in Italia si spendono 0,95 euro al kilometro). Le Yellow cabs hanno fatto carriera anche nella storia del cinema americano che ha inserito questo mezzo di trasporto in molti film importanti, facendolo diventare un personaggio vero e proprio come nei film “Taxi Driver” e “New York Taxi”.


Matteo Atanasio

domenica 14 febbraio 2010

NEW YORK E IL JAZZ


[…]È un disco vecchissimo, fantastico, che Estelle Fletchér, quella cantante negra,
ha inciso che sarà una ventina d'anni. Fa molto Dixieland e bordello, come lo canta, e non è affatto
sdolcinato.[...]

Nel romanzo di formazione“Il giovane Holden” viene descritto un aspetto importante che si rivela essere una delle tante peculiarità della città di New York: la musica Jazz. Nel romanzo vengono trattati due stili jazz: il cool jazz e il dixieland. Il primo ha dato inizio allo sviluppo del genere musicale trattato nella grande mela. E’ una variante dell’allora imperante bebop e si sviluppò grazie a musicisti del calibro di Miles Davis e Lennie Tristano.Il Dixieland, è una tipologia di musica jazz suonata dai bianchi, i quali prendono spunto dal “New Orleans” dei neri, ma lo rendono molto più complesso aggiungendo scale veloci, trilli, armonie e una maggiore classicità determinati dalla superiore cultura musicale rispetto ai neri. Nel Dixieland la parte melodica della composizione viene suonata da tromba, clarinetto e trombone. La parte ritmica, che accompagna la melodica, è invece eseguita dalla batteria, che tiene il ritmo, da sax o tube che si occupano dei bassi, e da banjo o chitarra. In questo genere si possono intuire degli accenni blues, in quanto si ricorre all’utilizzo della scala blues, e swing.

Nel “giovane Holden”, il protagonista prende in considerazione le due tipologie di musica jazz descritte sopra. Il cool jazz viene quasi sminuito da Holden, sembra che lo consideri fasullo, infatti la sua presenza musicale è sempre accompagnata da musicisti i quali lo rovinano storpiandone l’esecuzione per mezzo di trilli e decorazioni fuori luogo, con riferimento al pianista Ernie, oppure eseguendo il brano in modo del tutto orrendo, con riferimento all’orchestra. Nel caso del dixieland, invece notiamo in Holden un certo gradimento, nel corso del capitolo sedicesimo non mancano elogi all’album “Little Shirley Beans” di Estelle Fletcher, inoltre vi è un accenno, non caratterizzato da note di disgusto, alla composizione “Tin roof blues” dei New Orleans Rhythm Kings.






Giovanni Munaretto

lunedì 1 febbraio 2010

Arrivederci Jerome David Salinger



Caro Jerome,
pochi giorni fa sei morto.
Lo dico così, senza retorica e senza troppe e ricercate parole.
Sei morto come uno dei tanti vecchi 91enni che muoiono ogni giorno. Dentro o fuori dagli ospedali di quell' America oggi così diversa da quella che ha raccontato nel tuo libro. Sei morto in silenzio forse, o per lo meno pubblicamente in silenzio; come hai sempre fatto, coerente con la scelta di non farti più sentire. Non eri personaggio pubblico in qunato lontano dai media, tabloid o dalla vita pubblica e culturale americana. Ma forse proprio per questo mai tanto acclamato,ricercato, letto e riletto,mitizzato.
Intorno a te, alla tua figura d' uomo schivo e un po' antipatico, semplice quanto geniale, si sono sprecate leggende metropolitane e cacce al tesoro senza risultati. In guerra hai conosciuto Hemingway che ti considerava "di un talento straordinario", hai amato donne belle e giovanissime, scritto per il New Yorker, battagliato legalmente contro chi voleva pubblicare i fatti tuoi.
Certo, se andiamo a leggere la tua biografia su Wikipedia scopriamo cose che non ti danno gran merito, come il tuo essere una sorta di padre padrone con le donne, o il costringere chi ti sta vicino a vivere anch' esso nell' isolamento più estremo.
Ma per tutti i centinaia di motivi per cui ti si può ricordare, indipendentemente da molte faccende, sarai sempre "quello del Giovane Holden, romanzo semiautobiografico tra i più letti della storia.
La letteratura rende immortale, dicevano i latini, e avevano ragione! Sono passati quasi sessant' anni dalla pubblicazione ed è già un classico con la C maiuiscola, un libro che fino a pochi anni fa era un passaggio obbligatorio per adolescenti e non solo. Beh, Jerome, oggi le cose sono un po' cambiate,... ma fidati di un giovane insegnante che ti dice che i sedicenni d' oggi, quando ti leggono , non sono certo annoiati.
Quindi, ovunque ti trovi, cerca d' essere disponibile..... e non fulminare chi, preso d' una fogacità d' indagine letteraria, vuole vedere pubblicati i romanzi che in questi ultimi cinquant' anni hai nascosto nel cassetto.
Perchè,... a quanto si dice, dovrebbero essercene un po',..... dico bene Jerome?!
Simone Ariot

domenica 17 gennaio 2010

60 anni e non li dimostra !



Sono passati quasi 60 da quel 1951 quando J.D Salinger ha scritto un libro destinato a vendere milioni e milioni di copie, tradotto in decine di lingue e divenuto inseparabile compagno di almeno 5 generazioni di ragazzi e ragazze. Si chiamava "The Catcher in the Rye", ma in italiano la traduzione non trova un accordo e diventa più semplicemente "Il giovane Holden".
Romanzo di formazione particolarmente amato dagli adolescenti ma non solo, stando ai dati di vendita che confermano essere un libro ancora vendutissimo ai nostalgici che hanno abbondantemente superato i 50 anni.
La lettura di questo romanzo è una tappa obbligata e noi non potevamo fare a meno di adeguarci. Siamo negli stati Uniti, fine anni 40, e Holden Caulfield è un adolescente disinteressato allo studio ma tutt'altro che stupido. Espulso per l' ennesima volta da una scuola della tipica atmosfera New England, affronta un breve viaggio per tornarsene a New York per le vacanze di Natale, incontrando vari tipi umani e riflettendo non troppo manifestatamente sulla sua condizione.
Un ragazzo diverso dalla norma, uno che preferisce la riflessione all'azione, un filosofo ante litteram che prende un po' troppo alla lettera la lezione di Seneca sul mondo degli affacendati. Tra compagni di stanza puzzoni e insegnanti al servizio del padrone, tra giovani prostitute e una famiglia piuttosto complicata, Holden insegna che anche un giovane,un adolescente, può avere qualcosa da dire.
E noi lo ascolteremo, e cerheremo di dialogare con lui e su di lui, per almeno un paio di mesi.


Simone Ariot