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giovedì 6 gennaio 2011

Il rapporto tra un insegnante e uno studente


“Fu il vecchio professor Antolini ad aprirmi la porta quando sonai. Era in vestaglia e pantofole, e aveva un cocktail in mano”

Come in ogni relazione, anche quella fra insegnante e studente è caratterizzata da un influenzarsi reciproco, anche se il secondo, ovviamente, spesso non si rende conto di quanto possa influenzare con il suo comportamento, il docente. Lo studente, insieme a tutto il bagaglio di problematiche adolescenziali, ha bisogno di sentirsi apprezzato, in quanto non vuole esser visto uguale a tutti i suoi compagni è quindi portato ad essere particolarmente attento ai comportamento che ha l'insegnante nei suoi confronti. Il professore, dal canto suo, vuole sentirsi confermato in ciò che fa in quanto l'insegnamento è una parte importante della sua vita; sono quindi sensibili al giudizio degli studenti, perché, ad esempio, uno studente distratto e non appassionato alla sua materia, può essere indizio del suo possibile metodo di insegnamento non del tutto corretto. Un rapporto del genere deve ovviamente basarsi sul rispetto reciproco, in quanto, se manca quello, vanno a crearsi conflitti e situazioni spiacevoli. Una cosa che spesso gli insegnanti sembrano dimenticare, è che prima di tutto, gli studenti sono persone e non macchine da studio, quindi non dovrebbero limitarsi all'insegnamento della loro materia, assegnare i soliti compiti per casa ed essere degli estranei per i loro allievi, ma dovrebbero invece essere aperti al dialogo. Essendo comunque un rapporto impari, in quanto l'insegnante si trova ovviamente in una posizione più forte, la valutazione diventa un passo importante, perché, valutazioni ingiuste possono far scatenare una reazione allo studente, che spesso inizia una discesa del rendimento in quanto perde fiducia in se stesso e nelle sue capacità, è quindi importante che l'insegnante non approfitti del suo potere e che sia oggettivo. Si può perciò arrivare ad avere un buon rapporto col proprio insegnante se c'è fiducia reciproca e se vengono spezzati tutti i pregiudizi dati dalla prima impressione, arrivando così a lavorare in un clima più sereno e avendo sicuramente risultati migliori.


Laura Sanson

sabato 20 marzo 2010

NEW YORK - I GRATTACIELI E I PORTIERI


"...all'ascensore non c'era Pete, il solito lift del turno di notte.
C'era un tizio nuovo..."

New York è caratterizzata dai suoi enormi grattacieli che si iniziarono a costruire solo verso gli anni ’10 per via dei prezzi elevatissimi dei terreni sull’isola di Manhattan.
Ormai la città è diventata un agglomerato enorme di queste costruzioni che generalmente raggiungono i 30 piani, ma possono arrivare anche agli 88 di un imponente Empire State Building(381 m).
La vista splendida dal basso verso l’alto, tutte le costruzioni che si slanciano verso il cielo azzurro, e la visione dall’alto verso il basso, come se tutti fossero formichine che corrono velocemente a casa o al lavoro, e non serve spendere chissà che cosa, basta andare sul tetto di una casa, o meglio, di un grattacielo e guardare giù.
Ogni grattacielo, ha un suo portiere che ha il compito di smistare la posta, tenere aperto il basement(dove ci sono le lavatrici a gettoni), pulire marciapiede, spazi comuni, e a volte anche i singoli appartamenti. Portano i giornali ad ogni piano, danno da bere alle piante, buttano la spazzatura…insomma, mantengono l’ordine e fanno tutto ciò che potrebbe essere utile per il grattacielo.
L’importanza di questa figura è evidenziata dai risultati dell’ultimo sciopero dei portieri di Manhattan: i finanzieri di Wall Street che smistano la posta, i dirigenti bancari che buttano la spazzatura, le mogli dei professori universitari a lavare le scale e dare da bere alle piante. Tutti che entrano ed escono senza alcun controllo dai palazzi, l’ordinata pulizia del giorno prima trasformata che sembra ormai un sogno.
Molto importanti nel cinema(THE FAMILY MAN ne è un esempio), nella letteratura(IL GIOVANE HOLDEN) e soprattutto nella vita reale, queste figure però rischiano di scomparire sostituiti anche loro dalle nuove tecnologie, da un computer, un robot, un doorman elettronico. Un “aggeggio” che ti avvisa se qualcuno ti cerca, e fa tutto quello che faceva il portiere, solo che lo fa come può farlo una macchina, senza calore umano. È un qualcosa a cui non si da la confidenza che si dava al vecchio portiere a cui magari si chiedeva consiglio o ti sfogavi dopo una notte andata in bianco.
Elia Bonetto

venerdì 26 febbraio 2010

Lo sbarco in Normandia



“Mio fratello D.B. è stato nell’esercito per quattro maledettissimi anni. Ha fatto anche la guerra- è sbarcato in Normandia e via discorrendo- ma in realtà credo che più della guerra odiasse l’esercito. […] Giuro che se c’è un’altra guerra , tanto vale che mi prendano e mi mettano davanti al plotone d’esecuzione. Non mi opporrei.”

Holden, dopo aver visto un film in cui veniva citato l’argomento della guerra, ricorda che suo fratello ha partecipato alla Seconda Guerra Mondiale e, più precisamente, ha partecipato allo sbarco alleato in Normandia.
Lo sbarco in Normandia, conosciuto anche con il nome in codice “Operazione Overlord”, fu un'operazione militare che ebbe inizio all'albeggiare di martedì 6 giugno 1944, una data meglio conosciuta con il nome di D-Day. Con lo sbarco delle forze alleate sulla costa della Normandia, una regione a nord della Francia, era evidente lo scopo di stabilire ed espandere il controllo Alleato in Normandia, operazione che causò numerose vittime in entrambi gli schieramenti. Nonostante tutto però il fratello di Holden non fu mai ferito e non sparò mai a nessuno, poiché il suo compito era quello di fare da autista a un generale. Holden però non riesce a spiegarsi il perché suo fratello si sia arruolato, poiché questi odiava la guerra e odiava ancora di più l’esercito. Secondo gli elementi del carattere di Holden che siamo venuti a conoscere finora possiamo immaginare che, se scoppiasse una nuova guerra, Holden non avrebbe il coraggio di combattere o di uccidere qualcuno. Perché lui è un provocatore, ma non un violento, e finisce sempre per prenderne tante! Quindi se Holden venisse coinvolto in una nuova guerra si farebbe ammazzare subito, perché vivere nell’esercito, secondo suo fratello pieno di bastardi peggiori dei nazisti, si sarebbe rivelato peggiore della guerra stessa.

Gian Marco Carlan

giovedì 18 febbraio 2010

I NIGHT CLUBS NEWYORKESI




"...Ernie è quel night club nel greenwich Village che mio fratello D.B. bazzicava parecchio prima di andare a Hollywood a sputtanarsi. Ogni tanto ci portava anche me..."


Il night club è un locale notturno caratterizzato da un'atmosfera soft e musica generalmente dal vivo. Solitamente, vi si possono consumare bevande alcooliche e ballare.
I night club differiscono dai bar e dai pub per la presenza di musica dal vivo o di un disc jockey e di una pista da ballo, erano per questo gli antenati delle discoteche odierne. La musica dei night club variava dal jazz (suonato generalmente dal vivo) alla salsa.
Alcuni night club hanno anche altri tipi di attrazioni, tra le quali ballerine di lap dance, ragazze immagine o spogliarelliste. Con la presenza di queste attrazioni i night club erano molto simili agli strip club, di solito infatti l'entrata era riservata ai soli maggiorenni (in America ai ragazzi di almeno 21 anni), anche per la vendita di sostanze alcoliche nei locali.
Alle origini di alcuni tra i più famosi night club erano presenti dei grossi boss mafiosi, che con l'epoca d'oro dei night club ( anni 60-70, gli anni che precedevano la disco music) approffittavano del grosso afflusso di persone nei locali per fare affari, anche grazie al contrabbando di droga e alcool.
Alcuni tra i più famosi night club newyorkesi erano il Copacabana (conosciuto con il nome The Copa), dove il propietario Monte Proser era socio del potente boss mafioso Frank Costello, che portò al successo il locale.
Un altro era poi il Cotton Club, fondato in origine dal campione di pesi massimi Jack Johnson con il nome di Club Deluxe passato poi a Owney Madden, un noto gangster contrabbandiere di bevande alcoliche, che si impadronì del club e cambiò il nome in Cotton Club.
Soprattutto alle origini dei night club americani, intorno agli anni 50-60, l'accesso alle persone di colore non era consentito, nonostante alcuni tra i più grandi artisti jazz, che si esibivano nei locali erano negri e solo successivamente vennero resi locali aperti a tutti.


Lombarda Diego

venerdì 22 gennaio 2010

L'AMBIENTE DEI COLLEGE AMERICANI



“[…] L’Istituto Pencey è quella scuola che sta ad Agerstown in Pennsylvania. Probabile che abbiate visto gli annunci pubblicitari se non altro. Si fanno la pubblicità su un migliaio di riviste, e c’è sempre un tipo gagliardo a cavallo che salta una siepe. […]” pag.4

All’inizio del racconto il protagonista Holden Caulfield racconta della sua partenza dall’Istituto Pencey. Nei primi capitoli ne vengono citati anche altri tre (Saxon Hall, Whooton ed Elkton Hills); tutti questi, Pencey compreso, sono college che non esistono nella realtà.
Sebbene “università” e “college” vengano usati spesso come sinonimi, il secondo sarebbe solo la struttura che offre agli studenti le varie discipline di studio, mentre la prima, oltre a comprendere il college, ha anche delle scuole di specializzazione o di carattere puramente professionale per i laureati e degli alloggi per gli studenti iscritti.
Ogni università ha poi il suo campus, ovvero una cittadella universitaria spesso immersa nel verde dove abitano solamente studenti e persone che lavorano all'interno dell’istituto.
Ai college vi è un vero e proprio processo di specializzazione: è lo studente che sceglie la maggior parte delle materie da studiare. Con questo metodo, però, spesso si tende a tralasciare le materie umanistiche per avere una preparazione più “pratica”. Generalmente si seguono cinque corsi di tre ore a settimana ogni semestre e dopo quattro anni si ottiene il diploma universitario (bachelor’s degree), mentre con altri due o tre anni si può ottenere anche un master o un dottorato (PhD).
Molte delle università (come Harvard, Stanford, Yale, Columbia…) sono privatizzate; sono più costose, con picchi di 35-40 mila dollari all’anno di iscrizione, ma offrono un insegnamento eccellente. Quelle pubbliche (tranne un paio di eccezioni come Berkeley e Los Angeles) sono sì più abbordabili parlando di costi, ma il livello culturale che vi si può raggiungere è nettamente inferiore.
Rilevante è l’importanza che viene data anche allo sport: ogni college ha impianti sportivi curatissimi, vengono praticati prevalentemente football, basket, baseball, atletica leggera, nuoto, ma anche vela, golf, squash e tanti altri. Per alcuni di questi vi è anche un campionato universitario che per molti studenti dotati è un’ottima opportunità per mettersi in mostra. Ricordiamo poi per le ragazze la figura della cheerleader, che in Italia e altri paesi non esiste.
Infine a caratterizzare la vita dei campus vi sono anche le confraternite: associazioni di studenti che animano giornate e serate organizzando attività ricreative e grandissime feste!

Se vuoi approfondire le conoscenze sui college americani, scarica questo documento (clicca sul bottone rosso per iniziare il download):


L'ambiente dei college americani


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Luca Mattarolo